Una magnifica distesa di landa arsa e desolata, balle di fieno, vecchi arnesi dei coloni, una luce arancio fuoco: è questa l’atmosfera che si respira a Lama Balice, nel cuore della Puglia, non molto dissimile da quelle narrate dai blues singers nei testi delle loro canzoni.

Bene ha fatto allora il Patron del Bitonto Blues Festival, il carismatico ed instancabile Beppe Granieri, a scegliere questo luogo per rilanciare la sua ottava edizione “The Blues in the green”, dopo due anni di fermo forzato: segnali che la luce in fondo al tunnel della pandemia è ancora più vicina.

Per due serate, 4 e 5 settembre, quattro artisti e relative band, tutti italiani, hanno arricchito il palcoscenico dell’estate pugliese proponendo spaccati diversi di quelle che sono solo alcune delle varie facce de “la musica del diavolo” come la definisce PierLuigi Morizio, mattatore e presentatore dell’evento. Una scelta, questa di spaziare fra i vari stili musicali, che sembra essere fatta apposta per sfatare quell’adagio che attribuisce al blues la notorietà di nenia noiosa e monotona.

Il primo a salire sul palco è l’istrionico saxofonista partenopeo Pasquale Aprile e la sua band (Fabrizio Campanile alla chitarra, Emiliano Berti al basso, Riccardo Schmitt alla batteria) che inizia da subito a scaldare il prato con il travolgente funky del suo ultimo lavoro Crossing my mind. Un palco energico e virile il suo, che alterna brani coinvolgenti come Shake Yourself, in cui scende fra il pubblico e lo carica a Put your hand together“, a ballate più tenere ed intime tipo On Your Side, passando attraverso i temi più classici dell’immaginario blues più conosciuto, come in Mississipi in cui inforca, manco a dirlo, un’armonica a bocca.

Giusto il tempo di un cambio palco durante il quale patron Granieri si presta ad un simpatico siparietto con lo speaker Morizio, per ringraziare gli sponsor privati ed istituzionali, in particolare il Comune di Bitonto e l'Assessorato alla Cultura e al Festival, per il cofinanziamento, la logistica  e i servizi resi, ed è il turno di Gennaro Porcelli, senza mezzi termini, il più grande talento blues italiano vivente.

Ha però una responsabilità: quella di accompagnare la Band di Rudy Rotta, la leggenda della chitarra blues made in italy che tutto il mondo ci ha invidiato, prematuramente scomparso 4 anni fa. Un’eredità pesante che Gennaro affronta con grande umiltà: “sono solo un appassionato di blues” ribadisce al microfono quando è il suo turno di presentarsi. E tutta questa passione riesce a trasmetterla nelle vene: il suo tocco è lucido, caldo, veloce e pulito, il fraseggio lineare, classico, ma nel contempo estroso ed imprevedibile però sempre cantabilissimo. È davvero notevole la leggerezza e l’eleganza con cui questo ragazzo è capace di spaziare dal Chicago style più introspettivo, cupo e passionale al blues più scanzonato e giocoso del New Orleans. Tutto è più facile però perché fra i tre musicisti che condividono con lui il palco (Enrico Cecconi alla batteria, Renato Marcianò al basso) vi è un altro pilastro della musica: il maestro Pippo Guarnera all’Hammond con cui Porcelli duetta in un feeling luminoso. Un sound pieno allora, potente, quello della RR Band, che centra nel cuore la mission di una serata che non poteva che concludersi nel migliore dei modi: il mood di una dolcissima pioggia leggera in mezzo alle note della slide guitar nella strepitosa cover Stranger Blues di Elmore James.

La seconda serata ospita in apertura il chitarrista toscano Michele Biondi che, reduce dai suoi “pellegrinaggi” in Texas e sulle rive del Mississipi, ci propone un delicato country blues in trio con Giovanni Grasso al basso ed Edoardo Vannozzi alla batteria. Down by the River, l’ultimo lavoro che ci presenta sul palco, partorito durante il lockdown, è ricco di riferimenti e di racconti raccolti lungo le arse e desolate strade americane o le rive dei fiumi. Le ballate lente, le rabbie e gli amori dei viaggiatori solitari sono le storie che Biondi riesce a fare sue anche grazie all’ausilio di una personalissima tecnica chitarristica fluida e matura. Infine, con Joy, un insolito ma godibilissimo inno alla gioia, un classico giro blues in la minore, saluta il pubblico invitandolo a “Pour some joy in your heart, pour some joy in your soul”.

Per chiudere questa edizione del Bitonto Blues Festival, Beppe Granieri, dopo averci raccontato i curiosi intrecci e le coincidenze in cui si è dovuto imbattere per “ingaggiarlo”, ci propone l’esplosivo Mike Sponza, l’eclettico chitarrista e compositore triestino che, oltre a vantare un numero enorme di collaborazioni internazionali, si è fregiato, nel suo ultimo lavoro Made In The Sixties, inciso e prodotto agli Abbey Road Studios di Londra, della partecipazione del compositore Pete Brown già attivo con i Cream.

Con la sua “vecchia” ed inseparabile ES-345 rossa, ed un look fra Peppino di Capri e Tommy Pagoda l’eroe romanzato da Sorrentino, Mike ci propone un originale “concept concert” ovvero un viaggio cronologico fra gli avvenimenti più cool degli anni 60, orchestrato come fosse una colonna sonora funky rock di un lungometraggio. A fargli compagnia sul palco gli amici consolidati di sempre: Angelo Chiocca al sax, Roby Maffioli al basso, Moreno Buttinar alla batteria, Giorgio Ruzzier alla tromba e Michele Bonivento alle tastiere, a cui si aggiungono le due nuove vocalist Nicole Pellicani ed Alexia Pillepich. Ancora una faccia diversa della musica blues, come dicevamo in apertura dell’articolo, questa in chiusura del Festival: una proposta musicale che prova ad allontanarsi da una dottrina di concezione più pura e conservatrice dello stile per dare spazio ad una visione più scanzonata, una sorta di virata pop rock più leggera con tanto di siparietti da avanspettacolo. Ed in questo clima goliardico non poteva mancare l’immortale cover di Kansas City lasciata eseguire dalla simpaticissima sagoma di Angelo Chiocca, ovviamente in duetto con il pubblico.

Il merito più grande di questa edizione 2021 del Bitonto Blues Festival di Beppe Granieri, va detto, non è però solo quello di aver riportato per due giorni la terra di Puglia a pochi gradi di separazione dalle assonanze del Blues ma quello, ancora più nobile, di aver concesso il palco a musicisti, tutti italiani, con delle storie e percorsi musicali consolidati, purtroppo, solo al di fuori dei nostri confini nazionali.